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Una guida pratica per comprendere meglio la musica e il suo ruolo nella comunicazione

In tutte le culture del mondo, dalle più antiche alle contemporanee, la musica ha sempre occupato un posto centrale. Non è solo un passatempo, ma un elemento che influenza profondamente lo sviluppo individuale e collettivo della società. La musica agisce come uno specchio: riflette i valori, le emozioni e le dinamiche di un popolo, e allo stesso tempo li modella.

È influenzata dall’ambiente culturale in cui nasce e, a sua volta, lo influenza, creando una sintesi unica per ogni luogo ed epoca. Se vuoi avvicinarti davvero a una cultura straniera o lontana nel tempo, un ottimo punto di partenza è proprio la sua musica. Da lì, si dipanano la lingua parlata, i costumi tradizionali, le abitudini sociali e molto altro.

La musica possiede un potere che spesso sfugge a una prima occhiata. In epoche passate, era spesso legata a contesti rituali e celebrativi, un modo per immergersi nei suoni naturali e prodotti dall’uomo, generando vibrazioni attraverso strumenti specifici. Questo processo creativo portava con sé effetti positivi come maggiore ispirazione, benessere generale e una sensazione di armonia. Con il passare dei secoli e l’evoluzione delle società, la musica si è adattata ai cambiamenti, allontanandosi gradualmente da quei significati più profondi e integrati nella vita quotidiana.

Oggi, in un mondo dominato da stimoli rapidi e superficiali, ci poniamo domande essenziali: cos’è veramente la musica? A cosa serve nel nostro quotidiano? È riducibile a un semplice strumento di intrattenimento? Un sottofondo anonimo per serie TV o spot pubblicitari? Una pausa fugace tra una pubblicità e l’altra alla radio?

Personalmente, credo che la musica sia uno dei pilastri fondamentali della nostra società. Riflette i cambiamenti culturali in corso: da un lato, l’arte mainstream domina il panorama, proponendo contenuti che spesso rispecchiano una realtà frammentata e consumistica; dall’altro, le proposte alternative faticano a emergere perché nate principalmente in opposizione al dominante.

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Capitolo 1: Musica e Arte

Parlare di musica e arte oggi è un terreno complesso. Quasi tutti (tranne forse i calciatori, che vivono in un mondo a parte) hanno un’opinione forte su cosa sia “vera arte” e cosa no. La frase classica “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” sembra chiudere ogni dibattito, ma se ci pensi bene, non è sempre così.

All’inizio anch’io la pensavo in questo modo, ma con il tempo mi sono reso conto che spesso ciò che non ci piace deriva semplicemente da una mancanza di familiarità o comprensione. È un po’ come con le culture diverse: se non le conosciamo, tendiamo a giudicarle negativamente per ignoranza. Lo stesso accade con la musica o l’arte in generale.

Nelle società antiche, la musica non era valutata tanto per il suo “piacere estetico”. Aveva uno scopo pratico e rituale: canti liturgici, danze tribali o suoni sciamanici dovevano servire al loro obiettivo, come celebrare eventi o facilitare stati di coscienza specifici. Non importava se fossero “belli” o “brutti”, ma se funzionassero.

Col passare del tempo, questo legame si è affievolito. L’arte ha perso progressivamente il suo ancoraggio a significati collettivi profondi – pensiamo al Rinascimento come picco di espressione elevata – e si è evoluta verso forme più individuali e svincolate. Non sto giudicando se questo sia positivo o negativo: è semplicemente un fatto.

Oggi, l’arte a cui siamo esposti ogni giorno (sui social, in TV, nelle playlist) ha spesso una profondità minore rispetto al passato e questo è dovuto al fatto che oggi è tutto più veloce, la soglia di attenzione è calata, e il tempo a disposizione è sempre meno.
Andy Warhol lo aveva previsto: “Nel futuro, ognuno sarà famoso per 15 minuti” e infatti, su piattaforme come TikTok, molti creatori inseguono la visibilità a ogni costo, puntando su effetti shock, provocazioni o contenuti virali, più che alla sostanza.

La musica fa parte di questo panorama: è diventata in molti casi un prodotto per impressionare, vendere o competere, perdendo rispetto per le tradizioni che l’hanno preceduta.

Eppure, la musica e l’arte rimangono strumenti potentissimi a disposizione dell’umanità. Dovremmo approcciarli con un senso di responsabilità, simile a quello che abbiamo quando scegliamo un regalo per qualcuno: ci chiediamo se piacerà, se sarà utile, se lascerà un’impronta positiva. Quante persone conosci che apprezzerebbero un “regalo” fatto di negatività o superficialità?

C’è un bisogno crescente di tornare a un’arte orientata alla bellezza e al valore duraturo, senza cadere nel buonismo: non si tratta di mostrare solo il lato positivo del mondo, ma di chiedersi onestamente – dopo aver ascoltato o visto un’opera – come ti senti? Più ispirato, più centrato, o più confuso o addirittura svuotato?

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La musica è uno dei canali più diretti per condividere bellezza e seminare idee che contribuiscano ad aiutare le persone, anche solo un briciolo. Essere capaci di ascoltare e trasmettere stati interiori in modo consapevole è fondamentale per riuscire a capire che “seme” stai piantando dentro di te, con la musica che crei o che scegli di ascoltare.

Capitolo 2: Come e cosa comunichiamo con la musica

La musica è forse la forma d’arte più comunicativa in assoluto. Funziona come un linguaggio universale, capace di trasmettere messaggi senza bisogno di parole. È normale avere preferenze: a qualcuno piace il rock, ad altri il jazz o la musica etnica. Ma ridurre tutto a “questione di gusti” è limitante.

In realtà, la musica attiva canali specifici dentro di noi, che si sviluppano con l’esercizio e l’esposizione. Se non siamo abituati ad ascoltare John Coltrane, gli Slayer o ritmi tradizionali indiani, è logico che all’inizio non ci “arrivino”. Non è un giudizio di valore: è come un muscolo che va allenato

Per aprire queste porte, basta uno sforzo consapevole: ascoltare e non fermarsi alla prima impressione, chiedersi cosa sta esprimendo quel pezzo, quale energia o “vibrazione” trasmette, qual è il contesto culturale da cui nasce.
Invece di evitare o criticare subito ciò che non capiamo, possiamo approcciarlo con curiosità – proprio come in palestra, dove lo sforzo porta risultati, altrimenti, rischiamo di chiuderci in bolle sempre più strette, limitando le nostre esperienze.

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4 tipi di comunicazione

Comunicazione Fisica

La musica non comunica solo come vedremo in seguito attraverso emozioni o pensieri: agisce direttamente sul nostro corpo in modo fisico. Tutto parte dalla sua natura essenziale – la vibrazione. Il suono è un'onda che si propaga nell'aria (e in altri materiali), comprimendo e decomprimendo le molecole, e quando arriva a noi, fa vibrare parti del nostro corpo.

Pensaci: quando ascolti un basso potente a un concerto, non lo "senti" solo con le orecchie – lo percepisci nel petto, nelle ossa, persino nella pelle. È una comunicazione tattile, un "tocco senza contatto" mediato dall'aria vibrante. Questo fenomeno spiega perché la musica può farci muovere istintivamente, accelerare il battito cardiaco o rilassare i muscoli.

La musica agisce a livello fisico inevitabilmente e indipendentemente dal “tipo” di musica che si ascolta, ma esiste un certo tipo di musica prettamente e prevalentemente fisica. Un tipo di musica del genere, generalizzando può essere individuato e categorizzato come musica tribale, musica che ti fa muovere il corpo, che stimola il movimento o ad esempio che ti aiuta a svolgere con più energia la tua routine di allenamento, come in palestra

Comunicazione emotiva

Elementi come tono, volume, ritmo e tempo modulano il messaggio esattamente come nella conversazione quotidiana: una frase detta piano e lentamente ha un effetto diverso da una urlata e veloce.

Quando un musicista canalizza un’emozione in suono, crea un “veicolo” puro che la trasporta intatta all’ascoltatore. È emozione diretta, senza filtri: per questo la musica tocca corde profonde e arriva subito.

Le emozioni sono una forza motrice incredibile: ci spingono a esprimerci con intensità e passione. Ma vanno gestite con consapevolezza – non represse, bensì dirette.

Molta musica contemporanea gioca proprio su “ganci emotivi”: suoni familiari (come onde del mare per relax, o ritmi adrenalinici per eccitazione) che scatenano reazioni immediate.

Funzionano alla grande, ma possono diventare strumenti di manipolazione sottile dove la stimolazione consapevole di determinate emozioni può avere effetti psicologici ben precisi.

Comunicazione mentale

A un livello più razionale, la musica può essere estremamente tecnica e strutturata. Pensiamo a composizioni complesse, assoli sperimentali o ritmi irregolari nel progressive metal: affascinanti per la precisione, ma a volte distaccati emotivamente. È un approccio “cerebrale”, accurato e divisivo, che stimola l’intelletto più che il cuore. Richiede conoscenza tecnica per essere apprezzato appieno, ma rischia di rimanere freddo se non bilanciato.

Comunicazione profonda

Il livello più completo arriva quando mente ed emozioni lavorano insieme, guidate da un’intuizione autentica e personale. È quella voce interiore unica che ognuno di noi ha: una connessione con il mondo che va oltre la separazione, un bisogno di esprimere qualcosa di significativo.

Dando spazio a questa dimensione, la musica diventa uno strumento per trasmettere messaggi profondi e originali, usando tecnica ed emozione come alleati al servizio di visioni più ampie. Non è più solo intrattenimento o sfogo: è espressione autentica che “vibra” su frequenze più elevate

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Ravindra Della Bina

Video editor & Sound designer

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